Gennaio 2026
Lettura del progetto, della produzione e delle tematiche artistiche di Roberto CAU
fatta con competente analisi dal Prof. GIOVANNI CARAFA
Era inevitabile che lui dovesse pervenire a catalogare, documentare la sua immensa produzione artistica; sì era inevitabile, dato il contenuto di una creatività pura, disinteressata, continuamente dedita all’amore immaginativo, al possibile, nel puro sentimento esistenziale di una sensibilità cosmica.
Intendo, i suoi ben cinque volumi editoriali, quelli di Roberto Cau, che raccolgono l’intera fatica d’una vita.

“Scorci mediterranei: Paesaggi”, “I giardini italiani: i Trittici”, “Dall’Egitto a Tharros: Scarabei”, “Le tavole pittoriche: Mundus” e “Le mostre impossibili: i Papiri”.
A quei titoli lui ha voluto anche assegnare un preambolo tematico, o spazio-temporale: “Arte fine Novecento”, “Arte Contemplativa”, “Tra Arte e Archeologia” e “Arte Contemporanea”.
Che dire!?... Passato e presente, storia e contemporaneità… se vogliamo, riassumono quelle premesse, l’identità più vera di un percorso individuale quanto sociale: è il cammino di un solitario essere, e pur sentirsi comunità; strano, ma è così: Arte e società, Arte e storia, Arte e…
Inoltriamoci pure in qualche curiosità che mi è subito balenata nel vedere quei cinque cartacei, tutti in fila, l’uno a fianco all’altro, quasi una successione di famiglia, lì, sulla scrivania del Nostro, e dei quali uno, in particolare, “Mundus”, è a emergere per la sua mole quasi da codice civile.
«Roberto, Ro’, perché, perché “cinque”, proprio cinque raccolte editoriali, perché?». è la mia più immediata.
«Eh», la sua risposta pronta e garbata, «che vuoi: costituiscono tutto il mio… tutto quello che ho prodotto, pensato e sentito; sì, tutto, proprio tutto, almeno finora, fino a quando ancora le energie e lo spirito saranno ad alitare su questa mia esistenza».
Sono sconvolto da questa sintetica profondità umana, da questo senso spirituale dell’espresso…
«E dimmi, dimmi», è ancora il mio, «va beh, cinque volumi, cinque tappe tematiche: i “Paesaggi”,

lo sappiamo, sono il nostalgico di un tempo senza tempo che pur avendo connotato i primordi del forte precipuo sentimento pittorico hanno ormai assunto al proprio e che penso non sia più possibile una loro riedizione, quella che li alimentava, intendo; i “Trittici”,

pur costituendo l’evoluzione naturale delle or ora citate premesse, anch’essi possono ritenersi un conchiuso tematico-espressivo; mentre gli “Scarabei”,

con il loro forte sacro sentimento storico e attualità simbolica, paiono ancora poter proporre qualche ulteriore sviluppo, anche se circoscritti, come sono, nel più proprio pittorico, dal quale ogni ulteriore considerazione necessiterebbe una attenta valutazione; eh, ma allora, allora restano le attualità di quel nostro vivere: insomma, di quel corpus da codice civile (!): “Mundus” e poi “I papiri contemporanei”».

Qui si apre una grande pagina della storia personale di Cau, dell’artista che necessariamente deve respirare la sua maturità nel contingente odierno quotidiano dove il pennello pare essersi dissolto in… che cosa?... beh, nell’asettico (!?) restituito digitale.
Eh, ma non sarà del tutto così per Roberto, sì.
Quel “Mundus”, quelle sue 792 tavole grafico-pittoriche intrise di esistenzialismo consunto, di humanitas, hanno avuto bisogno di darsi nelle pieghe di un frenetico silente spirituale fatto di gesti calligrafici, di macchie, quando a campiture velate, trasparenti, evanescenti e quando assurgenti a primi piani, in concorrenzialità con le forti essenziali emergenze o-antropomorfe.

Sarà però il loro inserito in un lontano (?) recuperato storico che diverranno progetto, forse utopico, visionario (?), ma pur sempre proposta sociale, comunicazione, un cercare l’altrui, la necessità del coinvolto, dell’essere individualità e socialità, uno e… (mi verrebbe da dire “Trino”, ma saremmo nel solco del limite del blasfemo, o solamente nel simbolico dualismo tutto proprio dell’Arte dove la singolarità si fa molteplicità, darsi… collettività, universalità).
«Roberto, Robe’, perché “Mundus”, perché quel titolo?», sarà il mio sempre più insistito curiosare e mai abbastanza chiarito alla coscienza interrogante.
«Eh, quando ho iniziato a produrre quelle tavole», è lui nel corrisposto, «mi aveva preso una frenesia, una inconscia necessità, una irrefrenabile motricità psico-fisico-esistenziale; avevo assolutamente bisogno di, di accarezzare quel supporto, quel candido cartoncino che la mia stilo d’avolo esigeva qualificare, impregnare di vita, di… ».
«Lavoravo come un matto, ogni giorno, continuativamente, e senza sapere perché; la punta tracciante seguiva disinvolta ogni mio impulso e sotto i miei occhi erano a comparire strani filiformi esserini multipli… non sapevo da dove venissero e cosa fossero, ma mi attraevano mi ammaliavano nel loro essere.
Il prosieguo è stato come una traccia filmica, un fotogramma continuo, evanescente, e immerso nel silente dello spirito, che lì chiedeva il suo, la propria dimensione», questo è l’ulteriore e puntuale partecipato del mio caro amico che ascoltavo con religioso silenzio e quasi con un virtuale presenziato in quelle performance oniriche pronte a ricordarmi le autorevoli note surrealiste di uno scrivere automatico…
«Avevo», dice Roby, «intrapreso questo forte sentimento non sapendo quale fosse la tematica che lo sosteneva. Sarà stato a metà percorso che ebbi a constatare quelle larvali schematizzazioni ergersi dal gravoso humus, l’eureka: “Migranti”, sì, non poteva che essere quello il substrato inconscio che stava sorreggendo quella frenetica attività creativo-immaginativa tanto partecipata».
«Ogni tanto», è sempre lui, nel suo, «com’è mio solito, coinvolgevo, per un riscontro interpretativo, qualche fidato amicale».
«Che so, sarà stata la puntuale sensibilità di Michele Licheri, a suggerire: “Bah, mi hai detto che quotidianamente esegui tre tavole, e che la restituzione procedono alacremente; che hai raggiunto un considerevole numero di esemplari, dunque, perché, perché non arrivare a 99 elaborati !?”», e concludendo, « “Dopotutto 99 è multiplo di 3...” ».
«Chissà cosa volesse intendere con tale acrobazia da “Cabala”, eppure, dirò, questa relazione numerico-simbolica mi affascinava, tant’è che l’accettavo in toto, pur nel suo essere sospeso…». «Poi una mia diretta a Michele: “E, e se facessi 100?».
Sarà stato un baleno, che ecco la sua: «La centesima tavola, la centesima… la lasciamo alla eventuale necessità immaginativa di coinvolgimento del riguardante, sì, del… del…».
“Rimanevo ancora più stupito”, sarà l’interiorizzato di Roberto.
Questo è quanto ai primissimi assolti di “Mundus”, eh, ma il Nostro, una volta raggiunto quell’apice numerico aveva ancora da spendersi, e così l’ulteriore suo frenetico.
«Più tracciavo e vellutavo e più il discorso si faceva altro», è l’inciso, e poi, «e a un certo punto ebbi a dire a me stesso: “Ma, ma quale, quale altra tematica potrebbe sollecitarmi, quale!?...”, e subito “Familia”».
«Sì, mi sollecitava quell’assunto, tant’è che ebbero a comparire pure tre tavole dedicate alla “Sacra famiglia”, insomma al ”Bambinello”, a Giuseppe e Maria, lì, in quella capannina o grotta che fosse…».
“Uhm, altro che ‘blasfemia’…”, ero a dirmi nell’ascoltare Roberto.
«Anche per questo intrapreso altro, chissà perché, la Cabala licheriana mi era rimasta impressa: “99”, 99 esemplari, sì!...», mi precisa, e poi, «però, però succede pure che nel vortice creativo ecco nel contempo l’evanescenza di un ulteriore tematico “Gentium”, e, ancora, in un travolto, “Populus”, e così via… “Sacrum Terrae”, fino a realizzare 8 percorsi tematici: 792 tavole, una marea!... 99 x 8…».
«I temi, le suggestioni mi comparivano così, all’improvviso: scaturivano da una incomprensibile necessità frenetica; “Bah, come ho fatto!?”, mi chiedo oggi, come… non sarei più capace, non… ».
«Eh, ma succede pure, ancora una volta, che qualcos’altro pretendeva il suo; così ho proseguito con altri dui temi… e…».
«E, dimmi», è prontamente la mia, «come mai, come mai non hai inserito questi altri in “Mundus”, sì, come mai!?...».
Ed ecco puntuale la sua, con tono sommesso, e preceduta da un profondo ossidenato: «In questi altri due percorsi, il IX (Naturae) e il X (Exodus), non avevo raggiunto le “99” tavole: in uno il costituito era solamente di 33 esemplati, mentre nell’altro di 18 tavole… e, e mi ero proposto di riprendere il tutto, tant’è che ancora oggi quegli elaborato sono sulla mia scrivania domestica, ad attendere il loro…».
«Ma porca miseria, Robe’… ma, ma è mai possibile, è mai… che tu debba essere inchiodato a un fatto cabalistico, è mai possibile…!?», era il mio pronto energico che poi risolvevo, dopo una attenta disamina di riflessioni su puri comportamenti artistici storicizzati, «Non saranno certamente le 35 o 40 tavole ad inficiare “Mundus”, dopotutto sono parte integrante di quel percorso tematico, sono di un medesimo essere, sentire, ansimare, e allora, allora, inserisci pure quelle integrazioni, inseriscile, sì!...».
Roberto ora mi guarda, poi abbassa gli occhi e, sommessamente: «Sono caduto in “letargo”, sono…!».
Ѐ terrificante quello che mi dice, e… e resto pietrificato, ma riavutomi capisco, capisco, sono coscienzioso, e, forse anche con una punta di invidia, convengo: « Robe’, Ro’, sono, sono quasi 1000 tavole, 1000, e tutte l’una di seguito all’altra, l’una…», insomma, anche sulla scorta della mia personale esperienza artistica gli stavo dicendo che la creatività ha dei tempi, dei modi di essere e di fare che non sono degli automatismi e che circa 1000 tavole è una cosa inaudita, è unica, straordinaria, impossibile da pensare e realizzare, sì, impossibile a ogni umano esperito…
Quel suo: “Sono caduto in letargo…” mi frulla nella testa, mi risuona, mi precipita in un melanconico pianto interiore…E sono subito nuovamente a chiedergli: «Del titolo, del titolo di “Mundus” che cosa mi dici, cosa!?».
«Eh, non è frutto del mio… », è a precisarmi, «volevo creare un catalogo d’arte che illustrasse proprio questo corposo restituito; mi occorreva qualcuno che potesse presentarlo», e inizia la narrazione.
«Nel coinvolto amicale ebbi, in una occasione pubblica, ad assistere alla presentazione di una raccolta di poesie della Usai, il nome non mi sovviene ora… successe che a illustrare quelle poesie fu Agostino Cadoni, un uomo colto, riflessivo, che sa entrare negli argomenti; lui non è un artista, ma ha una sua personalità… beh, della sua esposizione rimasi sorpreso, eh, ma la sorpresa non era stata solamente mia, c’erano anche altre autorevoli personalità culturali locali che rimasero stupefatte, felicemente impressionate di Agostino, come si era prospettato nell’argomentare… fu allora che lo invitai: “Agostino, ti va, ti va di fare una presentazione del mio catalogo d’arte su queste tematiche sociali, un po’ umane!?…”».
«E lui lo ha fatto, e mi è pure piaciuto!…».
«La sua presentazione», precisa Roberto, «ora è anche nel libro “Mundus”; il termine “Mundus” lo aveva coniato proprio Agostino, tant’è che gli dissi: “Agostino, mi piace la parola ‘Mundus’, sai, non ci avevo pensato!”».
«Roberto», ora sono a dirgli, «ma, ma dei “Papiri”, dei tuoi “Papiri contemporanei”, dei quali spesso parliamo e mai veramente ho saputo della loro genia… dimmi come, com’è andata, come!?…».
Ed ecco il paziente corrisposto: «Succede che a un certo punto ho incominciato a pensare come esporre quelle tavole, come incorniciarle, come manifestare un allestimento; singolarmente non mi garbava di trattarle, cioè, ognuna con la propria cornicetta… non avrebbe avuto alcun senso ciò, dunque ero a dirmi: “Devo, devo assolutamente trovare la soluzione, sì, devo…».
«Girovagando tra i miei pensieri una riflessione cominciava a comparire: “Sono fatti a tre a tre, sono 99, e, come dire, quei 99 sono un’opera unica, pertanto, come faccio a smembrarli!?...”».
«Ora, siccome al museo egizio di Torino, nel quale sono andato un paio di volte, eh ma anche al Cairo… un anno fa, in occasione di una gita turistica, la storia dei papiri mi aveva sempre affascinato, mi è subito venuto in mente come venivano presentati: srotolati, oppure a frammenti, affiancati tra loro e incorniciati in un unico pezzo di 7-8 metri di lunghezza; “Che bello!”, mi sono detto; vedevo già i miei cartoncini incorniciati, così, allo stesso modo, e su tre file orizzontali, parallele, ciascuna di 33 tavole, e, e… come chiamarli se non “Papiri contemporanei”!? Insomma, è una specie di gioco tra parole, anche se non sono papiri».
«Dopo mi sono detto: “Provo, provo a impostare il tutto, a comporlo; dunque mi sono scaricato sul PC tutte le tavole grafico-pittoriche collocandole su 8 pannelli iconici (i percorsi), ciascuno fatto di 3 file di 33 tavole; così è nato il completamento di questo lavoro».
Allora, chiedendogli conferma: «I “Papiri”, i tuoi Papiri sono un completamento di “Mundus”, dove i “geroglifici”, all’interno di questa cornice-papiro, altro non sarebbero che le singole tavole: le singole tavole diventano, così, ciascuna un ideogramma da interpretare…!?». «Dove ci sono dei messaggi da parte mia…», aggiunge lui, e ancora, «il passo successivo», con una intuizione veramente lungimirante, «è stato quello di pensare le possibili “installazioni” degli 8 pannelli: è sostanzialmente il progetto espositivo utopistico di collocare quei miei papiri nel Colosseo, in Piazza San Pietro, Piazza della Signoria, oppure a Venezia».
«Si tratta di un’appendice di “Mundus”!?», sono a rimarcare, e lui, Roberto, in un suo deciso: «Sì, ma i “Papiri” sono un mondo a sé: è il “sogno espositivo…” tant’è vero che l’intelligenza artificiale mi ha suggerito, coniato, dei termini di questo mio progetto, che posso dire essere “cosmopolita” , per allargare l’Arte nelle città».
Mentre io, da parte mia, sono ancora a ribadire: «… “Mundus” e i “Papiri” sono un’unica cosa, sono!...».
E Roberto, armato di pazienza: «Sì”, ma non posso far crescere molto l’edizione cartacea-libraria…», affrettandosi pure a precisare,«“Mundus” è solamente tavole pittoriche, interpretative, mentre i “Papiri” sono un mondo propositivo-espositivo, un progetto…»
Non mi sono ancora riavuto dallo “stupor mundi” (o “Mundus”?) che ecco, nel magico sospeso, richiamargli quell’altro enigmatico: «Poi, poi Robe’, ci sono gli “Scarabei”, che ritengo abbiano un legame con “Mundus” e i “Papiri”; se “Mundus” è, come è, legato ai “Papiri”, gli “Scarabei”, anche se da un punto di vista temporale vengono prima, non sono da meno, almeno come suggestione, presentano una connessione con quello spirito: si tratta pur sempre di una seduzione tematica, magari “inconscia”, ma sono fascinazione, alito creativo di vita». «Ancora, i “Trittici”, con la loro scomposizione interna, sembrano anticipare concettualmente la necessità di conferire unità a una parcellizzazione, dunque, il quadro come entità singola pare non avere più alcun connotato se non quando inserito in un legame di contesto, di relazioni di più ampio respiro».
E continuando nel mio: «In tutto questo c’è, c’è, in qualche modo, un’affinità di pensiero, o forse, meglio, di spirito; l’hai potuto fare perché hai avuto l’esperienza di vita: un pittore, un artista in erba non potrebbe, no!... L’ho scritto pure in qualche recensione precedente, che ti riguarda: avevo detto che “non è un modo per farsi grandi, o chissà cosa… per prospettare qualcosa… ma è l’esperienza di una vita che solamente chi la possiede può permettersi di tirare le somme…”». «Ѐ come costruire una piramide: per chi ha le basi…», soggiunge Roberto, col suo dente che batte sempre lì dove duole …
«Un percorso sì magistrale è fatto per chi ha “materiale” da spendere», sono a ribadirgli, «un giovane non può ancora lavorare in simili situazioni complesse come le tue». «Può farlo solamente parzialmente, ma poi non saprebbe dove andare a parare». «Sì, il mio è strutturato in funzione di una vita…», è a integrarmi, mentre io: «Ѐ normale: se uno ha lavorato, nella vita, avrà pure prodotto: avrà una sua produzione…».
Ora Roberto in un suo riflessivo e sommesso mi confida: «Quello che adesso mi fa pensare, a fatto compiuto di questa cosa della quale tutto ormai è stato esternato, messo in luce… è il passato, quando sentivo voglia di lavorare e non avevo nessuna idea, pianificazione, né suggerimenti; ciò mi lascia un po’… come mai!?... Al tempo avevo solamente voglia di pasticciare…». Lo interrompo: «Diventava un momento, una estemporaneità dello spirito…», e lui: «Qui invece mi sono lasciato andare… quando dico 800 tavole, mi chiedo: “Come ho fatto!?...», ed io, «… Ѐ la tua anima, sei te stesso: qui hai sedimentato!…».
«Un’altra cosa strana che ho vissuto “stupefatto”», lui riprende, «è la velocità della mano mentre lavoravo…», «L’urgenza!», gli preciso, «…ero, era una specie di corsa folle della mano, come se facessi da spettatore…», aggiunge, «Di te stesso!», concludo.
« “Guarda qui… guarda qua!...”, ero a dirmi a fatto compiuto». ««Adesso, quando me li guardo mi dico: “Come caspita ho fatto, come!?... Forse sono stato guidato?”… », è il suo; «Sì!», è invece il mi corrisposto, e ancora, «La tua, la tua è una domanda legittima…». Proseguo: «Senti un po’, a proposito di ispirazione: io ho scritto un racconto; riguarda uno stimolo proveniente dall’iconografia animale, di leoni… che mi distrugge l’anima ogni volta che entro nella cattedrale di Oristano, eh, ma anche altrove… queste figure enigmatiche medievali, mostruose, non mostruose… e lì ce le ho sotto mano ogni domenica che vado ad ascoltare la Messa… e, me le sono guardate; a un certo punto sapevo che c’era una simbologia ecclesiastica, religiosa: il leone rappresenta la fortezza… uno dei quattro evangelisti…un altro evangelista è associato a qualcos’altro, e un altro ancora è simboleggiato dall’aquila, che vede lontano… e poi, poi c’è… forse Matteo, o Giovanni, non ricordo… che viene rappresentato nell’atto dello scrivere; a volte alle sue spalle c’è un angelo, che lo ispira… è, quest’ultimo, un elemento “mistico”…»; «C’è qualcosa di “Superiore”», è in una sua Roberto, e, «io mi sono reso conto che a compimento, ma anche strada facendo… non riuscivo… non riuscivo a… e anche adesso, a ritroso, guardando la panoramica dei trittici… “bah, a rifarli !?”… Oppure… tutta la valanga dei paesaggi che ho fatto; “Boh, non saprei!”…».
A questo punto un’altra doverosa suggestione mi viene repentina:
«A me di tutti i tuoi paesaggi che ho visto e sui quali ho riflettuto un po’… è nata una definizione, ma sto cercando di cambiarla, così, per non avere affinità col titolo di una canzone che evidentemente serbavo nell’inconscio… non saprei se trattarsi di quei paesaggi tra i più maturi o meno… la definizione è: “la voce del silenzio”; sì, perché è come se avessero voce quei dipinti: in essi c’è un silenzio mistico, e terrificante…», «E ancestrale!», è prontamente a rincarare Roberto, ed io «… dove il vuoto diventa anche pienezza dello Spirito; bisogna legarsi a una sedia, tanto perché con quei dipinti si entra dentro… con le loro pastosità, con quei contrasti tenui… a volte… il “silenzio”». “Questi paesaggi”, mi sono detto, “hanno una cosa in comune, una profonda visione romantica!”
«Va beh, abbiamo finito l’ampia intervista». Grazie.
Oristano, 02 gennaio 2026

