Libro ORISTANO
Città del Turismo Culturale
Territorio del Turismo Paesaggistico e Archeologico
LE ABITAZIONI DEL CAMPIDANO
di Eliseo Lilliu
Le abitazioni successive ai secoli del Medioevo non hanno niente a che fare con
le ville nobiliari.
Pur avendo qualche abitante di una certa elevatura culturale, come le famiglie
giudicali, nessuno possedeva un'abitazione di rilievo architettonico
interessante.
Le case dei proprietari terrieri erano tutte sulla tipologia sarda: basse, al
massimo a pian terreno e piano superiore.
Raramente avevano la facciata sulla strada.
Le finestre, sul davanti, si aprivano verso il cortile anteriore.
Esso era detto grande (prazza manna).
Era il cortile utilizzato per accogliere durante la notte il cavallo o i buoi
nelle stalle, dove erano sistemate le vasche di pietra (lacus) per metterci il
fieno o la biada per le bestie.
Al fianco di esse vi era il fienile (sa domu de sa pala).
In questo cortile venivano ospitati al sicuro anche le vacche, i buoi, gli
asini, il maiale e gli animali domestici.
A questo cortile si affacciavano la cantina ed i loggiati per coprire
l'attrezzatura agricola: carro, aratro, zappe, falci e quant'altro.
Le case dei proprietari avevano il cortile anteriore chiuso con muro in crudo e
un arco in pietra e mattoni cotti, per sorreggere il portone, che era coperto da
un piccolo tetto.
Molte volte era solo un cancello di legno (s'ecca) col muro in crudo.
L'apertura era grande quanto necessario per passarci il carro.
S'ecca si chiudeva con un battente e la chiave in legno.
In questo cortile anteriore, vi era in un angolo sistemato a letamaio, che
accoglieva tutti i rifiuti di casa e gli escrementi delle bestie e degli
abitanti.
Esso si puliva una volta all'anno dopo la vendemmia.
L'igiene era pessima, con tutte le conseguenze che comportava in mosche ed
insetti vari.
Tutte le abitazioni della Città di Oristano e dei paesi nel vasto territorio del
Campidano erano costruite con mattoni crudi di quaranta cm. (lardini de
quaranta) sopra le fondamenta in pietra, proveniente dalle rovine di Tharros e
da Monte Arci.
Al piano terra, erano sistemate le stanze da letto: solitamente una per i
genitori, una per le figlie femmine e una per i figli maschi.
La servitù, quando c'era, dormiva al piano superiore, quasi sempre col tetto
basso, con le travi in legno ed il graticcio di canne, sopra il quale erano
sistemate le tegole. L'interno, raramente all'esterno, veniva imbiancato ogni
anno con la calce.
Questo serviva, oltre che per abbellire, per dare sicurezza igienica, in un
tempo in cui le pestilenze erano di casa.
Qui sopra era anche lo stanzone grande per conservarvi le granaglie.
Ai travi del tetto si appendevano le provviste di frutta secca: uva, fichi,
prugne e le profumate mele cotogne.
La grande cucina era sistemata al piano terreno, dove troneggiava il caminetto,
oppure al centro della cucina vi era il focolare (su foxibi), con un basso
muretto per poggiare i piedi e scaldarseli nell'inverno, non vi era sbocco per
il fumo.
Esso era sfruttato per affumicare le derrate. Infatti ai travi della cucina si
appendevano le salsicce e pezzi di lardo.
Sempre in cucina appese ai travi vi erano le tavole, dove venivano sistemate
forme di formaggio e di ricotta salata.
In cucina vi erano due o tre fornelli ad altezza comoda, per cucinare a carbone
durante l'estate.
Il forno aveva un ambiente a se (sa domu de su forru), sopra il forno vi
dormivano al caldo le galline.
Mancavano i servizi, ci si lavava in camera con i lavamani e l'acqua era
contenuta nel grande boccale o nella brocca.
Le abitazioni dei braccianti molto più piccole,erano formate spesso di tre
stanze intercomunicanti: una stanzetta per accogliere gli ospiti (sa sabixedda),
la stanza da letto, intermedia e spesso senza finestra, per i genitori
(s'apposentu) e la cucina.
Dietro vi era il forno ed un piccolo giardinetto, dove in fondo si andava per
fare i bisogni, nascosti dietro qualche sacco.
Non mancavano il maiale ed i polli.
Per il fuoco nel caminetto dell'angolo della cucina, anche i poveri utilizzavano
la legna, ma pure lo sterco secco dei cavalli e di buoi, raccolto quando questi
passavano in strada andando o venendo dal lavoro.
Nel cortile di quasi tutte le case c'era il pozzo per l'acqua, e spesso veniva
scavato al confine ed in comunella col proprietario del confinante.
L'acqua veniva sollevata con la carrucola, fune e secchio.
Questo lavoro era svolto quasi sempre dalla donna e dai ragazzi.
Si utilizzava quest'acqua per cucinare, per l'igiene personale e domestica, per
abbeverare gli animali e per innaffiare nel cortile posteriore, il basilico,
prezzemolo e qualche pianta di limone.
Per l'illuminazione si utilizzava lanterne ad olio di lentischio (oliu 'e
stincu) e le candele di cera.
A fine secolo si utilizzavano le lanterne a petrolio e a carburo.
Queste ultime lanterne erano più comode e più illuminanti.
Si potevano spostare ovunque, anche fuori perchè provviste di vetro e riparate
dal vento.
D'inverno, per scaldare il letto, si utilizzava un mattone caldo o una tegola
calda, coperta con uno straccio di lana per non bruciare.
L'igiene della bocca non esisteva, per rendere i denti bianchi su utilizzava la
cenere con acqua, oppure ci si strofinava i denti con foglie di salvia.
La cenere veniva utilizzata come detersivo per lavare piatti, pentole e
stoviglie.
I panni piccoli venivano lavati con l'acqua del pozzo, mentre quelli grandi nei
canali.
Eliseo Lilliu
Libro del Turismo Culturale di Oristano
Pag. 315 - Form. 14 x 21 - € 25,00
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Libro Turismo Oristano in Vetrina



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