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UNA CITTÀ CHE NON BRILLA


Oristano, un lento, accidioso, noncurante declino

di Domenico Cugusi


C'è stato un tempo in cui l'ho amata, ammaliato dal suo ancheggiare snob e superbo, dal profumo degli aranceti, dai colori solari che penetravano il cuore, dal lento vascheggiare sui pettegolezzi, nei giorni pieni dell'estate a raccogliere spicchi di sole, a nuotare il turchese dell'acqua che ti avvolgeva materna, nascondendo i primi amori nei vicoli d'ombra del centro, a bruciare attimi, gustare l'aria e l'essenza di brezza marina, a viverla.
Quando era bella, affascinante, viva. Offriva opportunità, tentava i sogni, favoriva le illusioni. Ero fanciullo quando lei era già città, bella, ridente, silenziosa e pulita. Signorilmente atteggiata si dava arie da gran dama. Se lo poteva permettere: era corteggiata e desiderata, tutti paesi del circondario, persino oltre la provincia, erano attratti dalle sue mercanzie, dai servizi che offriva, dalle sue bellezze. Un brulicare di presenze riempiva le sue vie e le piazze. Era laboriosa e insieme gaudente, festaiola e mondana e non solo a Carnevale e non solo Sartiglia. Si organizzavano feste, balli, nelle case private, tra amici, alla Mutuo Soccorso, persino nei capannoni industriali. Ogni occasione era gioia, a Natale, a Carnevale, le feste mascherate, la Sartiglia, c'era il settembre oristanese, i raduni, le auto d'epoca, i complessini, la musica, i club, e vele, quattro sale cinematografiche, di cui una all'aperto, Torregrande, la Rimini Sarda con lo stabilimento balneare, Il Lido, che in Sardegna si potevano permettere solo Cagliari e Sassari; e poi L'Hotel del Sole, un' albergo moderno con piscina e terrazza panoramica, e l'ISA e il Cama, il Piccolo Hotel e i due Mistral, e il lungomare e i balli in piazza, l'elezione di miss Lido, miss Sardegna… tutto era bello, spensierato, felice. Una città pulita, ordinata, rispettosa, civile. Quando l'Italia aveva la sovranità politica e monetaria, l'economia tirava, c'era la piena occupazione, come auspicato dal dettato costituzionale, i giovani studiavano, c'era l'emulazione verso l'alto, impregnati di principi morali e di voglia di cambiare il mondo, nel rispetto delle regole, dell'etica, del buongusto, liberi, di sognare e di amare.
Era capoluogo di provincia nei fatti, polo d'attrazione del territorio, la sua centralità poteva garantirci sviluppi futuri. Avevamo la Ceramica, la Sardit, la Perlite, lo Zuccherificio, la Casar, la produzione dei panettoni, dei mostaccioli, i figoli, le attività artigianali e commerciali all'avanguardia. Un territorio ricco di risorse e di opportunità, il campidano,
il fiume Tirso, l'agricoltura, la pastorizia, la pesca, il turismo, il porto, l'aeroporto, la s.s. 131, noi, al centro dell'isola, al centro del Mediterraneo, in posizione strategica, avremo dovuto raccogliere i frutti della specificità e del privilegio divino.
Abbiamo vanificato ogni occasione, perduto opportunità, depauperato le risorse, inquinato e deturpato senza creare le condizioni di sviluppo futuro e occupazionale. Poveri e disillusi. Ci siamo persino incattiviti infierendo su di lei eleggendo amministratori sempre più ostili e lontani che mai l'hanno vissuta e amata. Ed io che invece l'ho desiderata, sognata, quando ero
lontano dalla sua dolce malinconica bellezza, ora, disilluso, amante tradito, ho pensato mille volte di fuggire. Perché non è la stessa di quando l'ho vissuta completamente immerso nelle sue ore. Non la sento più mia, è diversa, fredda, sporca, invivibile, stracciona. Vivo rintanato nel passato per non offenderne il ricordo attraversando i marciapiedi occupati dalle erbacce, ostruiti dai pali della luce, dai cartelli stradali, da alberi i cui frutti scivolosi precludono il passaggio, dalle radici degli olmi che sollevano il pavimento, dai gradini delle case che occupano il minimo spazio restante. Le mattonelle che saltano, gli avvallamenti, le strettoie, gli ingombri. Le carrozzine transitano pericolosamente sulla strada.
La segnaletica è invisibile, le strisce pedonali cancellate e pericolosamente disegnate appena dopo le curve invece che sotto i lampioni, in modo visibile. Non la sento mia perché non posso transitare nel marciapiede senza sporcarmi a causa degli escrementi dei cani dei padroni incivili, perché le auto occupano tutto lo spazio destinato ai pedoni, perché, in quei pochi tratti percorribili, sfrecciano biciclette che ti assalgono alle spalle. Non la sento mia perché le strade e i marciapiedi sono invasi da buste, carta, volantini pubblicitari, bottiglie. Sporcizia, incuria, abbandono. Transita, nel cuore della notte, a svegliare il sonno degli oristanesi, un mezzo rumoroso e lento, il cui fischio penetra nel cervello, preposto alla pulizia degli scarichi: dovrebbe pulire il ciglio della strada, solo che la carreggiata è occupata dalle auto in sosta e quindi il tentativo diventa un vano spreco di tempo e denaro. Le poche piazze sono invase da transenne permanenti; persino gli ingressi delle vecchie scuole cittadine, sono circondati da tubi di ferraglia, arrugginiti, temporaneità che si trasforma in
scultura post moderna dell'orrido permanente. Pali che si sovrappongono ai pali, cartelli a cartelli, ostacoli ad ostacoli. C'è la rappresentazione di tre città: il centro, pretestuosamente abbigliato, la periferia abbandonata, terra di nessuno, le frazioni, isole indesiderate. Abbiamo un'area industriale, un Consorzio costoso, ma non abbiamo industrie. Le attività economiche sono allo stremo, schiacciate da burocrazia, accanimento fiscale, imposte locali sempre più inique. Il commercio, ad Oristano, per qualcuno, è inutile e fuori tempo, se considera che gli acquisti debbano effettuarsi presso le grandi strutture di vendita o su internet, impoverendo così il territorio sia dal punto di vista economico che occupazionale.
Non la sento mia perché è la rappresentazione del degrado e del lassismo, assuefatta al peggio, accetta ogni violenza senza ribellarsi. Non la sento mia perché pretende tasse e balzelli insostenibili senza nel contempo offrire servizi e opportunità di sviluppo, creando sacche di privilegi per pochi, benefici, premi, sagre, valzer di poltrone del malgoverno. L'arroganza dei nuovi padroni, accidiosi, astiosi, invidiosi, l'hanno declassata a decadente signora, provinciale e fuori moda, sorpassata e fuori tempo, che si offre al miglior offerente straniero, regalandoci stracci e miserie. Ormai, assuefatti a tutto, snob sino al masochismo, accettiamo senza neppure un sussulto, per noia e svogliatezza, ciò che altri hanno scelto e scelgono per noi che abbiamo perso la capacità di indignarci e di ribellarci. Sarebbe auspicabile un moto d'orgoglio, finalmente consapevoli di poter agire e decidere in prima persona per riappropriarci della dignità e della valenza di cittadini padroni della città, della res pubblica, del nostro futuro. Altrimenti conteremo i giorni che ci restano, con l'amaro disgusto del rimorso. Domenico Cugusi
 

 

 

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Libro del Turismo Culturale di Oristano

Pag. 310 - Form. 14 x 21 - € 25,00

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